Conformità e AI Act

Bisogna scrivere «generato dall'IA» sui vostri articoli? Che cosa dice l'articolo 50 dell'AI Act

Una griglia centrale di punti bianchi si infittisce verso il centro su fondo blu navy, con alcuni punti sfalsati giallo senape che suggeriscono la complessità crescente e l'esigenza di trasparenza; la grana ricorda una serigrafia.

Che cosa impone davvero l'articolo 50

L'articolo 50 dell'AI Act, il regolamento europeo sull'intelligenza artificiale, riguarda soprattutto la trasparenza. Non vieta i contenuti prodotti da un'IA: impone che gli utenti sappiano quando interagiscono con una macchina o quando un contenuto è stato generato o modificato artificialmente.

Il testo europeo distingue diverse situazioni. Alcune impongono un'informazione esplicita all'utente o al pubblico, altre prevedono eccezioni e adattamenti elencati in modo tassativo: l'uso autorizzato dalla legge a fini penali, l'adattamento previsto per le opere manifestamente artistiche e la revisione umana o il controllo editoriale sotto responsabilità editoriale assunta. In pratica la domanda non è dunque «l'IA è stata usata?», ma piuttosto: in quale contesto la trasparenza è obbligatoria?

L'articolo 50 si applica a usi molto concreti: chatbot, assistenti vocali, contenuti sintetici, deepfake, sistemi che generano o manipolano immagini, audio o video, e certe interazioni con sistemi automatizzati. L'AI Act è un regolamento europeo: gli obblighi riguardano gli attori che mettono questi sistemi o questi contenuti a disposizione nell'Unione europea.

Bande traslucide che si sovrappongono in due strati sfalsati su fondo blu navy profondo, con texture di retino e carta; l'insieme suggerisce l'idea di trasparenza, di regole che si sovrappongono e di zone in cui l'informazione circola o si interrompe.

I contenuti che devono essere segnalati come generati o manipolati da un'IA

Il caso più chiaro riguarda i contenuti deepfake. Quando un contenuto immagine, video o audio è generato o fortemente manipolato da un'IA e dà l'impressione di un evento reale, la trasparenza diventa obbligatoria. Il pubblico deve essere informato che il contenuto è stato generato o manipolato artificialmente, salvo le eccezioni previste dal regolamento.

L'articolo 50 riguarda anche i testi prodotti da un'IA e pubblicati per informare il pubblico su questioni di interesse pubblico, così come i contenuti audio, immagine e video presentati come autentici. La soglia è il rischio di confusione: più il contenuto assomiglia a una produzione umana credibile, più l'etichettatura si impone.

  • Deepfake audio: voci clonate, messaggi vocali sintetici, chiamate false.
  • Deepfake video: volto, gesti o scena modificati da un'IA.
  • Immagini generate da un'IA: ritratti, scene di attualità, immagini realistiche.
  • Testi sintetici: soltanto quando sono pubblicati per informare il pubblico su questioni di interesse pubblico. Il criterio è questo, non la delicatezza del contesto: un testo commerciale resta fuori ambito anche se può essere preso per scrittura umana, purché non porti alcuna asserzione di salute, di sicurezza dei consumatori o di sostenibilità.

L'obbligo non consiste sempre nel mostrare una menzione uniforme del tipo «generato dall'IA» su tutti i contenuti. La regola dipende dal contesto di diffusione, dal rischio di confusione e dalla natura del contenuto. Una pubblicità, un'informazione di attualità, una testimonianza o un avatar conversazionale non verranno valutati allo stesso modo.

Anche le interazioni con i sistemi di IA devono essere trasparenti

L'articolo 50 riguarda anche le interazioni uomo-macchina. Quando una persona comunica con un sistema di IA in condizioni tali da poter credere di parlare con un essere umano, deve essere informata che sta interagendo con una macchina.

Questo requisito riguarda in particolare:

  1. i chatbot di assistenza clienti;
  2. gli assistenti vocali;
  3. i sistemi conversazionali integrati in siti, applicazioni o servizi di messaggistica;
  4. gli agenti automatizzati usati nei percorsi commerciali o di supporto.

La menzione di trasparenza può essere integrata all'inizio dello scambio, nell'interfaccia, oppure con un segnale chiaro e intelligibile. L'utente deve sapere con chi parla. L'AI Act dà a questa prassi una base giuridica europea.

Una precisazione utile, perché la confusione è frequente: l'articolo 50 non crea alcun diritto a ottenere un intervento umano. Riguarda soltanto la trasparenza, cioè il sapere che il servizio è automatizzato. Il diritto di chiedere un intervento umano contro una decisione automatizzata viene dall'articolo 22 del GDPR, e il diritto a una spiegazione su una decisione presa con un sistema di IA ad alto rischio dall'articolo 86 dell'AI Act. Per i marchi e per gli editori, l'articolo 50 comporta quindi di rivedere i percorsi di conversazione, gli script, le home page e le note legali associate agli strumenti conversazionali, non di aprire un canale umano.

Le eccezioni previste dall'AI Act

L'articolo 50 non impone un'etichettatura sistematica in tutti i casi. Il regolamento prevede attenuazioni e dispense, e non si equivalgono: le une alleggeriscono la forma della menzione, le altre la eliminano.

SituazioneEffetto sull'obbligo di menzione
Opera manifestamente artistica, creativa, satirica o di finzioneNon è una dispensa: l’obbligo si limita a rendere noto che esiste un contenuto generato, in modo appropriato e tale da non ostacolare la fruizione dell’opera (art. 50 § 4, primo comma).
Testo di interesse pubblico sottoposto a revisione umana o a controllo editoriale, con una persona fisica o giuridica che si assume la responsabilità editoriale della pubblicazioneDispensa dalla menzione (art. 50 § 4, secondo comma). È la via che riguarda un editore.
Uso autorizzato dalla legge a fini di prevenzione, accertamento, indagine o perseguimento di reatiDispensa dalla menzione (stesso comma).
Contenuto fuori ambito: scheda prodotto, comparativo commerciale, guida d’uso, landing pageNessun obbligo di menzione: non sono testi pubblicati per informare il pubblico su questioni di interesse pubblico. Salvo che la pagina porti un'asserzione di salute, di sicurezza dei consumatori o di sostenibilità, che può farla rientrare nel campo.
Uso interno, senza pubblicazioneNon c’è un pubblico da informare, quindi nessun obbligo di menzione a questo titolo.

È la seconda riga che conta per un editore, ed è più ampia di come la si legge di solito. Il regolamento prevede due vie alternative: revisione umana o controllo editoriale. Rileggere ogni articolo non è quindi l’unica strada; un controllo editoriale esercitato sulla produzione apre lo stesso diritto, alla condizione cumulativa che una persona fisica o giuridica si assuma la responsabilità editoriale della pubblicazione. Dettagliamo questo quadro nel nostro calendario dell’AI Act per un editore, e la firma che lo rende visibile in «un articolo, un firmatario». Che cosa esige ciascuna delle due vie, e che cosa annulla l'esenzione, è oggetto di un articolo dedicato all'esenzione.

Queste eccezioni mostrano che il testo europeo cerca un equilibrio tra trasparenza e libertà di creazione. Un film, un'illustrazione artistica o una parodia non si trattano come un video virale che pretende di mostrare un fatto reale. È il rischio di inganno a fare da bussola.

Per i professionisti del contenuto, questo significa analizzare la finalità del contenuto, il suo formato, la sua destinazione e il suo livello di realismo. Una semplice assistenza dell'IA nella scrittura di un articolo non fa scattare automaticamente l'obbligo di dire «generato dall'IA» se il risultato finale non cerca di farsi passare per qualcosa di diverso da un contenuto editoriale classico.

Come applicare l'articolo 50 nella pratica senza sovra-etichettare

L'approccio migliore consiste nel ragionare in termini di segnalazione utile, non di menzione automatica ovunque. Una menzione utile si vede nel punto in cui il rischio esiste e si capisce senza glossario. Nei fatti, le imprese possono predisporre più livelli di informazione:

  • sul contenuto stesso: una menzione direttamente visibile sull'immagine, sul video, sull'audio o sulla pagina;
  • nell'interfaccia: una fascia o un'etichetta nello strumento conversazionale;
  • nella politica editoriale: una pagina che spiega quando e come viene usata l'IA;
  • nei metadati: utile per l'organizzazione interna, anche se non sempre sostituisce l'informazione visibile per l'utente.

Per i team marketing, stampa, e-commerce o relazione con i clienti, queste domande inquadrano il bisogno:

  1. Il contenuto può essere confuso con il reale?
  2. Il pubblico si attende un'autenticità umana?
  3. Il contesto rende la menzione necessaria per evitare un inganno?

Se la risposta è sì a una di queste domande, la menzione si impone. Mostrata dove è utile, questa menzione diventa anche un argomento di credibilità per il marchio.

Quattro bande orizzontali traslucide, sovrapposte al centro su un fondo blu-verde saturo, suggeriscono la nozione di livelli di informazione chiari e distinti grazie a una separazione visiva netta e regolare.

Da ricordare, e domande frequenti

L'articolo 50 dell'AI Act riguarda principalmente i contenuti sintetici capaci di ingannare e le interazioni con sistemi di IA. I contenuti più interessati sono i deepfake, le immagini, le registrazioni audio e i video generati o manipolati da un'IA, così come gli scambi con chatbot o assistenti quando l'utente potrebbe credere di parlare con un essere umano.

L'obbligo è dunque mirato. L'articolo impone una logica di trasparenza adattata al contesto, e viene meno per i testi di interesse pubblico che sono stati sottoposti a revisione umana o a controllo editoriale sotto responsabilità editoriale assunta. Per editori, marchi e produttori di contenuto resta quindi da documentare gli usi dell'IA e da installare menzioni chiare dove il rischio di confusione è reale.

  • Bisogna marcare tutti i contenuti creati con un'IA? No. L'obbligo dipende dal tipo di contenuto, dal contesto e dal rischio di inganno.
  • Un articolo riletto e firmato deve portare la menzione? No, purché il testo sia stato sottoposto a revisione umana o a controllo editoriale e una persona fisica o giuridica si assuma la responsabilità editoriale della pubblicazione. Bisogna però poterlo provare: chi rilegge, in quale fase, chi firma, e dove viene conservata la traccia.
  • Le immagini generate da un'IA vanno sempre segnalate? Vanno segnalate quando possono essere prese per immagini reali o quando diffondono un'informazione ingannevole.
  • Un chatbot deve annunciare di essere un'IA? Sì, se l'utente può credere di dialogare con un essere umano.
  • I contenuti artistici sono interessati? Sì, e non si tratta di un'esenzione: quando un deepfake fa parte di un'opera manifestamente artistica, creativa, satirica o di finzione, l'obbligo si limita a rendere nota l'esistenza del contenuto generato in un modo che non ostacoli l'esposizione o il godimento dell'opera.
  • L'AI Act riguarda soltanto i contenuti visibili in Europa? Riguarda i sistemi e i contenuti messi a disposizione nell'Unione europea, il che impone una vigilanza particolare agli attori internazionali.
Yann Léguillon

Scritto da

Yann Léguillon

Presidente di Mazette, l'editore di Joornal. Accompagna le aziende che costruiscono la propria testata: strutturazione editoriale, visibilità nei motori di ricerca e nelle IA, produzione su larga scala.